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Del Piero: se la Juve va malissimo, lui non va meglioPensavamo che l'arrivo di Bettega sarebbe stato sufficiente per togliere la Juventus - e in primis i suoi reggitori, John Elkann e Jean Claude Blanc – da quell'atmosfera da Alice nel Paese della Meraviglie che ammanta il club e propria di chi non sa letteralmente che cosa sia un pallone, una partita, il calcio. Per fare un esempio: soltanto Alice nel Paese delle Meraviglie avrebbe potuto pensare – com'è successo a Elkann e Blanc – che Ferrara era un genio di allenatore perché aveva vinto le ultime due partite del campionato scorso, Siena-Juventus e Juventus-Lazio, che avrebbe vinto anche Topo Gigio; e addirittura che per questo fosse più bravo di Ranieri, cacciato dai nostri prodi a 180 minuti dalla fine, con la Juve terza in classifica, per qualche colpo a vuoto accusato dai bianconeri nel mese di maggio. Chi mastica di calcio appena un po', sa che le due partite in questione furono – come succede spesso nei match di fine campionato, in testa e in coda alla classifica – partite a coefficiente di difficoltà nullo. E insomma: magari Ferrara aveva tutto per diventare il nuovo Pico della Mirandola del pallone, come peraltro Lippi assicurava. Ma cacciare Ranieri e annunciare di aver trovato l'uomo giusto in panchina perché Ciro aveva condotto la Juve alla vittoria su Siena e Lazio era una cattiveria nei confronti di Ranieri e – in assoluto – una cavolata. Se Ferrara aveva le stimmate per diventare un bravo allenatore lo si sarebbe visto solo al via della stagione successiva: in un clima di calcio vero, non di calcio fasullo.
Pensavamo: l'arrivo di Bettega, che per il suo passato di giocatore prima e di dirigente poi è uomo di calcio come pochi - oltretutto col pelo sullo stomaco nato dalla più che decennale collaborazione con il Gatto e la Volpe, al secolo Moggi e Giraudo – avrebbe tolto la Juve dal Paese dei Balocchi e l'avrebbe restituita alla realtà, meno idilliaca e più prosaica, dell'ex Paese dei Pastrocchi: la realtà del mondo del calcio. Invece no. Incredibile ma vero, è stato sufficiente che la Juve, dopo aver perso 6 partite su 8 (!), alcune in modo drammatico come con Bayern e Milan, battesse le riserve del Napoli, in casa, negli ottavi di finale di Coppa Italia, con Mazzarri che lascia in panchina Hamsik per far giocare Hoffer, perché a Torino tornassero sorrisi a 180 gradi e si esultasse ai gol di Diego e Del Piero manco la Juve avesse demolito il Barcellona. Una vittoria fasulla, quella sul Napoli, esattamente come quelle su Siena e Lazio nella 37^ e 38^ giornata del campionato scorso è bastata, in questa sconfortante Juventus 2009-2010, perché tutti se ne uscissero a dire che il peggio era passato, che il rombo era tornato di moda, che Del Piero era tornato ad essere il fulmine di guerra degli anni belli, che la crisi era solo psicologica e che dunque il 3-0 al Napoli era stata la medicina scaccia-guai tanto attesa. Ferrara? L'uomo giusto. Hiddink? Un mercenario in cerca di soldi facili. Diego e Melo (e Cannavaro e Grosso)? Acquisti indovinati. La crisi di gioco? Mai vista. La crisi di risultati? Una coincidenza.
Poi passano 4 giorni, torna il calcio vero e nell'orto mal coltivato di Verona si ripiomba nel deja-vù: il Chievo, che gioca senza il suo giocatore migliore, Pellissier, infortunato, e che ha un giorno di riposo in meno nelle gambe (in Coppa Italia ha giocato e perso giovedì, in casa della Fiorentina), senza combinare nulla di speciale mette sotto la Juventus e senza tanti problemi la batte: 1-0, con un gol del difensore Sardo - che reclama anche un rigore per atterramento da parte di Grosso -, sfruttando un'organizzazione di gioco (che alla Juve manca totalmente), sia pur inferiore a quella di Milan e Napoli, Cagliari e Bari, il tutto senza che la Juve riesca a creare lo straccio di una palla-gol. Domanda: ma se la Juve aveva confermato il rombo che tante soddisfazioni aveva dato contro il Napoli, con Diego vertice alto e Melo vertice basso, e ancora aveva dato fiducia alla coesistenza Diego-Del Piero, autori di un episodio da Libro Cuore in Juve-Napoli (Diego si guadagna un rigore e offre al capitano la palla per tirare dal dischetto), e tutti erano convinti della bontà del famoso progetto-Blanc, progetto per il quale Ranieri evidentemente non dava più garanzie, se tutto questo era la premessa: come mai la Juventus, in casa del Chievo, ha giocato forse la peggiore delle pur pessime partite inanellate negli ultimi due mesi, con i giocatori che sembravano zombi, e per una volta non è un modo di dire?
Pensavamo che Bettega, che al fischio finale dell'arbitro, in Parma-Juve 1-2, avevamo visto esultare con la grinta dei tempi belli di quando in tribuna se ne stava seduto vicino a Moggi e a Giraudo, e quando le vittorie della Juventus – sia pure facilitate, come poi si scoprì – valevano davvero, fosse in grado di rendersi conto che una partita vinta in Coppa Italia, contro una squadra riserve capace ugualmente di vincere il duello sul piano del gioco, non fosse un evento da festeggiare a champagne. E insomma: se è vero che John Elkann e Blanc hanno dimostrato di essere dilettanti allo sbaraglio, e hanno tutte le colpe del disastro dell'abortito progetto-Juve, è altrettanto vero che Ferrara non sembra avere la più lontana idea di cosa sia fare l'allenatore. In estate era un esordiente come Leonardo. Ma mentre Leonardo, al Milan, è partito male e ha insistito facendo peggio, dopodiché ha detto: signori, da questo momento faccio di testa mia, Ancelotti e Kakà non ci sono più, Maldini nemmeno, quel che è stato è stato, scurdammoce 'o passato, e con un'idea coraggiosa e per certi aspetti rivoluzionaria ha trasformato il Milan da brutto anatroccolo a cigno, e ad ogni partita il gioco rossonero si fa sempre più bello, Ferrara ha fatto il percorso contrario. Partito sulle ali dell'entusiasmo, ha vinto le prime 4 partite con un gioco frizzante anche se non trascendentale, poi ha cominciato a vincere giocando male, pareggiare giocando male e alla fine – quando l'insicurezza si è impadronita di tutti, e nessuno ha più capito cosa fosse il progetto – a perdere giocando a volte male, a volte malissimo, a volte (vedi Palermo, vedi Bayern, vedi Milan, vedi Chievo) addirittura senza giocare.
Ferrara è un'ottima persona e suscita simpatia e affetto. Se a Lippi è venuto in mente di consigliarlo alla Juve come allenatore, unicamente pensando al proprio interesse nel dopo-mondiale (quando assumerà la carica di presidente alla Boniperti con Ferrara, appunto, allenatore alla Trapattoni prima maniera), la colpa non è sua e chiunque al suo posto avrebbe detto obbedisco. Detto questo, con altrettanta onestà va detto che Ciro, in questi sei mesi di Juve, ha dimostrato di essere un allenatore veramente scarso, messo sotto da quasi tutti i suoi colleghi di panchina, da Papadopulo a Zenga, da Blanc a Mazzarri, da Mihajlovic a Di Carlo. E una cosa è certa: la Juve dei Diego e dei Chiellini, dei Buffon e dei Sissoko, degli Iaquinta e dei Marchisio, degli Amauri e dei Trezeguet, dei Camoranesi e dei Giovinco, non può passare da una disfatta all'altra, Bayern o Catania, Milan o Chievo non importa, anche ammettendo che Cannavaro e Grosso siano state fregature solenni che Lippi, per una questione di buon gusto, dovrebbe almeno provare a giustificare. Un allenatore minimamente capace, e che non sia andato completamente nel pallone, non perde contro chiunque e non raccoglie “figure di m.”, come le ha definite Chiellini dopo Chievo-Juve, come sta facendo Ferrara.
Che sembra quasi farsi un vanto quando dice: “Io non mollo”. Ma che in realtà dovrebbe fare quel che (non) faranno mai i due grandi manovratori John Elkann e Jean Claude Blanc: dimettersi. Per manifesta incapacità.

Tag: Bettega, Blanc, Chiellini, Chievo, Del Piero, Diego, Ferrara, John Elkann, Juventus
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