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Mourinho: contro il Barcellona il bis dello strazio di Inter-Manchester.Avete presente quando San Marino, o Liechtenstein, o le Isole Far Oer, in un girone di qualificazione europea ricevono la visita di Germania, o Italia, o Francia? La differenza di livello – e di statura, e di tradizione - è tale per cui la sola vista delle divise avversarie basta – nei giocatori locali - per scatenare un'emozione che attanaglia le gambe, che ti paralizza. Ebbene, dopo aver visto Inter-Barcellona 0-0 e ripensando a Inter-Manchester 0-0 del 24 febbraio scorso, la domanda che tutti si pongono è: ma a Mourinho hanno detto che sta allenando una squadra che si chiama Inter o è forse convinto di sedere sulla panchina dell'Apoel Nicosia o del Maccabi Haifa (con tutto il rispetto per i club di Cipro e Israele, s'intende)? Fossimo in Moratti, noi un controllino lo faremmo.
Che il Barcellona sia la squadra più forte d'Europa, come forse lo era – 6 mesi fa – il Manchester United, nessuno lo mette in dubbio. Ma da questo a dire che l'Inter sia un'accozzaglia di pappemolle come quella vista a febbraio contro l'armata-Ferguson e mercoledì contro l'armata-Guardiola, ce ne passa. E invece. A dispetto delle spassose dichiarazioni post-partita dello Special One (“Se non avessero atterrato Santon lanciato a rete, avremmo vinto e adesso saremmo qui a fare altri discorsi”, ha detto Mou in versione Woody Allen), la verità è che in Inter-Barcellona – proprio com'era successo in Inter-Manchester – si sono viste in campo due squadre impegnate a fare due cose diverse: una, il Barcellona, intenta a giocare a pallone, l'altra, l'Inter, impegnata a cercare (disperatamente) di non prendere gol. Al punto che proprio come a febbraio col Manchester, il fischio finale dell'arbitro – che sanciva lo 0-0 del match – è stato accolto da tutta San Siro, e dall'Italia nerazzurra in genere, come la fine di un incubo. Una liberazione. Come se l'Inter non fosse l'Inter ma il Twente, il Mechelen, il Vitoria Setubal.
Domanda: è troppo chiedere a mister Mourinho di provare a giocare a viso aperto, una volta nella vita, contro squadroni come Barcellona e Manchester? Dicendo ai giocatori di provare, anche, a fare gol? E il fatto che lui insista nel dire che l'Inter deve lavorare tanto prima di arrivare a livello di un Manchester (febbraio) o di un Barcellona (settembre), che cosa significa? Forse per Mourinho “lavorare molto” significa acquistare Kakà, Cristiano Ronaldo, Ribery e via dicendo? E se così fosse (il sospetto è forte: ricordate quando a maggio disse: “Fortunato il tecnico che andrà a sedersi sulla panchina del Real Madrid”?), ci può spiegare – lo Special One – per quale motivo Moratti lo stipendia come se fosse il Re Mida della panchina? E cioè come se la sua bravura di allenatore fosse in grado di fare la differenza proprio come la fanno i gol di Messi, di Kakà, di Cristiano Ronaldo?
La verità è che a distanza di un anno e mezzo dal suo sbarco in Italia, Mourinho ha dimostrato due cose (di cui probabilmente è consapevole): di essere un fenomeno come showman e una pippa come allenatore. Perché se Lucescu, con lo Shakhtar Donetsk, riesce a tenere in scacco il Barcellona per 118 minuti (vedi Supercoppa Europea, 28 agosto) con giocatori che si chiamano Srna, Gai, Fernandinho e Luiz Adriano, e cioè con una squadra che guadagna meno del solo Eto'o, mentre l'Inter di Eto'o e di Milito, di Sneijder e di Samuel, di Maicon e di Julio Cesar non arriva mai a fare il solletico al portiere blaugrana, allora significa che di allenare l'Inter sono capaci tutti.
Mourinho o Elisabetta Canalis non fa differenza.

Tag: Barcellona, Champions, Eto'o, Ibrahimovic, Inter, Manchester, Moratti, Mourinho
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